Gomorra, dal libro allo spettacolo

GomorraPassare dalla narrativa al teatro è sempre un’operazione complessa e rischiosa. Lo è ancora di più nel caso di un libro come Gomorra, di Roberto Saviano, che trova la sua forza non tanto nei contenuti, che pure sono di grande impatto, ma nel suo stile, barocco, visionario, che procede per accumuli di immagini, di nomi, di fatti, tenuti insieme da una coerenza morale che si muove tra le mille pieghe della criminalità senza dimenticare mai di cercare il bene e il male, anche quando non sono là dove dovrebbero essere.

Nello spettacolo che Mario Gelardi ha realizzato adattando il libro insieme a Saviano stesso, questa struttura magmatica, ribollente di realtà e di metafore, si diluisce in un andamento regolare e piuttosto piatto, nonostante il testo intrecci le storie di cinque diversi personaggi. Gelardi sceglie la strada di un iperrealismo che, per quanto molto efficace nelle singole scene, risulta alla fine poco incisivo nell’insieme.

Separate dal potente contesto narrativo, le storie di Pasquale, l’eccellente sarto che si mette a fare il trasportatore perché stanco di non poter dire a nessuno che è lui il vero autore degli splendidi vestiti dell’alta moda italiana, di Pikatchu, che sogna la bella vita dei boss sapendo che non vivrà a lungo per godersela, di Kit Kat, che vorrebbe fare il cantante e si ritrova a rapinare le coppiette ferme in auto, di Mariano, che adora alla follia il mitra Kalashnikov, dello Stakeholder, che prende la monnezza e la trasforma in oro, perdono la forza evocativa e simbolica che avevano nel libro per trasformarsi in storie di criminali come ce ne sono tanti, figli di una società malata che li fa crescere e li uccide troppo in fretta.

La stessa figura di Roberto (Ivan Castiglione), ovvero l’alter-ego di Roberto Saviano, che si muove in scena da un personaggio all’altro facendo da controparte e da collante alla narrazione, risulta alla fine piuttosto forzata, tendente alla predica, fin troppo distante da quel mondo nel quale l’autore è invece cresciuto e del quale, a suo modo, si sente parte.

Colpisce invece l’ottima prova degli attori, (Francesco Di Leva, Antonio Ianniello, Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux) tutti perfettamente calati nei loro personaggi, ricchi di vita, immersi in una lingua vivace e sanguigna, a volte solo un po’ letteraria. E molto belle sono anche le immagini che, proiettate su un telo collocato in scena, in alto, restituiscono allo spettatore la sensazione di quel buco nero, quel mondo tentacolare che tutto fagocita, che vive nelle pagine di Gomorra.

Mirko Di Martino

Teatro Augusteo
Salerno
2 e 3 febbraio 2008

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