Una nuova vita, di Bernard Malamud
“S. Levin, ubriacone pentito, dopo un lungo e faticoso viaggio transcontinentale, scese dal treno a Marathon, Cascadia, l’ultima domenica di agosto del 1950, verso sera.”
Ecco: questo è quello che io chiamo “un grande attacco”. Che cos’hanno di speciale, queste tre righe, tratte da Una nuova vita, di Bernard Malamud? Tutto. Sono un concentrato di storie da sviluppare, di promesse da mantenere. Neanche il tempo di iniziare a leggere, e la prima lettera già nasconde un irresistibile richiamo: chi è “S.”? E perché “ubriacone pentito”? Un ubriacone deve averne passate parecchie. Se è pentito, per di più, deve anche aver avuto un motivo per pentirsi. E perché questo viaggio transcontinentale? Non si può far altro che continuare a leggere.
Ma un grande attacco non basta a fare un grande romanzo. Ci vogliono personaggi affascinanti e storie da raccontare. E Malamud, in questo, era bravissimo. Niente sperimentazioni, niente contorcimenti. Ironia, si, e tanta. Così come una serie di situazioni paradossali eppure così comuni.
Una nuova vita è la storia di Seymour (vi ho già svelato uno dei misteri, purtroppo) Levin, un mezzo fallito che se ne va a vivere dall’altra parte dell’America, all’Ovest, alla ricerca di una nuova vita, appunto, come insegnante all’università (acc! Ve ne ho svelato un altro. Ma giuro che è l’ultimo). Nella sua ricerca di una vita serena, se non felice, dovrà fare i conti con un ambiente universitario bigotto e opprimente, con colleghi pronti a farsi le scarpe l’uno con l’altro, guardato ogni giorno come un alieno per il semplice fatto che viene da New York.
Il libro è del 1960 e, certo, qualche segno addosso il tempo glielo ha lasciato. Ma la narrazione è talmente scorrevole e i personaggi così ben disegnati, a volte anche con pochi tratti (come per il collega Fabrikant, che appare all’improvviso a cavallo e con un sigaro in bocca), che vale assolutamente la pena leggerlo.
Una nuova vita, di Bernard Malamud
Minimum Fax, 2007, 442 p., € 12,50