Il gioco di specchi delle “Doglianze degli attori a maschera”
Il gioco di specchi si moltiplica per cento in questo originale, bizzarro, interessante spettacolo: Enzo Moscato, attore e drammaturgo, riscrive Goldoni, drammaturgo, che scrive di Moliere, attore e drammaturgo, nel momento in cui, per recitare quella sera stessa Il Tartufo, si ispira a un Tartufo vero che vuole ostacolarne la rappresentazione.
Nel 1750 Goldoni scriveva di Moliere per parlare di sé, di quella Riforma che, facendo sparire le maschere, cercava nel teatro “La forza di correggere i vizi e i rei costumi;/ E il dolce mescolando alla bevanda amara,/ Fa che l’uom si diletti, mentre virtute impara”. E anche Moscato, in fondo, riscrivendo Goldoni, non fa altro che parlare di sé, accumulando riferimenti e segni in una sorta di paradossale autocitazione.
Il drammaturgo napoletano si diverte a mescolare stili, temi, figure, in un “pastiche” vivace e irriverente: Parigi, Venezia e Napoli, versi goldoniani e slogan della pubblicità, Totò e Scarpetta, musica classica e canzonette, Rita Pavone e i Righeira, Peppino Di Capri e canti militari, Mahler e Gabriella Ferri. La trama dell’opera, per quanto fedele all’originale, non conta, i personaggi sono la caricatura di se stessi, l’affermazione più categorica è subito smentita da una battuta, un motivetto, un “lazzo”.
La stessa scenografia, ideata da Paolo Petti, rappresenta un ambiente che non si sa se sia all’aperto o al chiuso, in mezzo a pozze d’acqua che rimandano i barbagli di una luce livida sulle pareti di una stanza un po’ salotto e un po’ fogna sgocciolante, un po’ palude e un po’ canale della Serenissima.La lingua di Moscato amplifica questo magma ribollente di suoni e immagini, non esitando a piegare i versi martelliani dell’originale goldoniano alle esigenze espressive di un napoletano eccentrico, di un francese da “chansonnier”, di un veneziano da parodia.
Su tutto incombe, però, un senso di morte, di fine di un mondo, uno sguardo nostalgico verso qualcosa di antico che è stato definitivamente perso. E non pare proprio che sia stato un bene.Lo spettacolo, tuttavia, alla lunga mostra segni di stanchezza, quasi che il gioco, una volta avviato, sveli la sua incapacità a trasformarsi in qualcosa di più profondo, accontentandosi di replicare se stesso fino all’ultima, fulminante, scena finale: il mesto funerale della Commedia.
Mirko Di Martino
