L’ossessione della fame in "Miseria e Nobiltà"

Miseria e Nobiltà è innanzitutto, nella memoria collettiva, un divertentissimo film degli anni cinquanta, pieno di battute fulminanti e impregnato dalla prima all’ultima scena della verve comica del grande di Totò. In realtà è prima ancora una commedia di successo scritta nel 1887 da Eduardo Scarpetta, l’autore e attore comico protagonista del teatro napoletano di fine ottocento.

Riportare oggi in scena Miseria e Nobiltà, allora, significa doversi confrontare con un film fin troppo noto che ha finito per oscurare le qualità del testo di Scarpetta, con il risultato che il pubblico che assiste allo spettacolo si aspetta di ritrovare battute, gag e caratteri che sono propri del film e che, invece, non fanno parte della commedia originale.

Armando Pugliese, regista di questo nuovo allestimento prodotto dal Teatro Augusteo di Napoli andato in scena venerdì 28 e sabato 29 dicembre al Teatro Gesualdo di Avellino, ha scelto di lavorare sull’originale teatrale semplificando la struttura e attualizzando la comicità, pur senza negare qualche strizzatina d’occhio al film di Totò.

Il risultato è uno spettacolo che scorre con leggerezza nonostante la lunga durata, molto più compatto nel primo che nel secondo atto, anche a causa della necessità di accorpare e ridurre a uno solo il secondo e terzo atto dell’originale.Lo spettacolo è comunque molto gradevole e frizzante. Merito di un ritmo tenuto sempre alto, in alcuni casi forse addirittura troppo, e merito soprattutto di un cast molto valido guidato da un Francesco Paolantoni che, pur ammiccando, a volte, al cabaret, riesce a costruire un Felice Sciosciammocca simpatico e credibile, sostenuto e affiancato dalla bravura di Nando Paone.Miseria e Nobiltà mette in scena personaggi che vivono in una società lontanissima dalla nostra: una generale povertà, fame, classi sociali, famiglie allargate. Niente di tutto questo esiste più, oggi. Eppure la commedia continua a funzionare perché sfrutta abilmente i meccanismi essenziali del teatro: gli equivoci, la finzione, l’iperbole. La fame dei protagonisti è talmente esagerata, talmente ossessiva, da perdere qualunque elemento di realismo per diventare un simbolo di qualcos’altro, quasi di una condizione esistenziale.

E’ da qui che viene fuori l’idea più bella dello spettacolo: la trasformazione della famosa scena alla fine del primo atto, la scena simbolo della commedia e del film, quella dei maccheroni mangiati con le mani, in una sorta di rito sacro officiato dal cuoco-sacerdote con tanto di campana per i fedeli e segno della croce.E alla fine della cerimonia, quando sul misero tavolo troneggia un’enorme pentola di spaghetti fumanti, quegli stessi spaghetti tanto desiderati, immaginati, sognati, e i poveracci si lanciano per afferrarli, il loro desiderio è talmente forte che finiscono per rovesciare a terra la pentola, spargendo i maccheroni sul pavimento sudicio. Non basterà certo così poco ad impedir loro di mangiarli.

Teatro Gesualdo
Avellino
Dal 28/12 al 29/12 2007

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