Il potere alimenta se stesso: Il Feudatario

Il meccanismo della commedia classica prevede che un qualche imprevisto intervenga a rompere la situazione di iniziale equilibrio che poi, alla fine, verrà ricomposta nel migliore dei modi secondo la formula del “tutto è bene quel che finisce bene”.

Letizia Russo, in questa singolare riscrittura del Feudatario di Goldoni, reinterpreta la formula a modo suo, lasciando inalterata la struttura dell’opera ma riempiendola di un contenuto che è esattamente opposto al suo significato originale.

L’ordine iniziale si ricompone, è vero, ma è un ordine che i personaggi subiscono senza scegliere, incapaci come sono di uscire dai ruoli che ciascuno di essi deve giocare fino in fondo. Attraverso le loro azioni si esprime la necessità del potere che non fa altro che alimentare se stesso: il denaro, la proprietà, la terra, tutto ciò che i personaggi chiamano semplicemente con il nome di “merda”, è il centro a cui tutto tende e tutto ritorna. Qualcuno si sente a suo agio, qualcun altro no, ma il risultato è lo stesso. Perfino i contadini-scagnozzi imparano ben presto che comandare o ubbidire, a conti fatti, è un po’ la stessa cosa. E anche l’amore, in fondo, è solo un’altra faccia del potere, una proprietà come un’altra.

Il fascino dello spettacolo è proprio in questo gioco di specchi, in questo suo essere una sorta di “lato nascosto della luna”: anche nel Feudatario originale, in fondo, si parla delle stesse cose, ma lì le parole mascherano la realtà: il sesso diventa amore e il potere giustizia. Convincono meno, invece, nello spettacolo, alcune altre scelte che appaiono piuttosto gratuite, una sorta di concessione a certi stereotipi della contemporaneità come, ad esempio, l’amore incestuoso tra madre e figlio.

La lingua di Letizia Russo è incisiva ed efficace, anche se spesso troppo compiaciuta nel ricercare la disarticolazione ad ogni costo. Pierpaolo Sepe guida con sicurezza gli attori verso una recitazione piena di ritmo ma distaccata, fredda, con le battute che vengono rilanciate l’una addosso all’altra come rasoiate. La sua regia, spingendo sul pedale del grottesco a volte in maniera un po’ schematica, offre alcune idee di forte impatto visivo, costruendo in particolare un finale di inquietante bellezza.

Tutti molto bravi gli attori ma, in particolare, colpiscono il Pantalone di Gino Curcione, un amministratore cinico e astuto, la Beatrice di Monica Piseddu, simbolo stesso del potere che non ammette alcun ostacolo lungo il suo cammino, e il Nardo di Diego Sepe, simpaticissimo guappo che, in compagnia dei suoi ridicoli compari, si aggira come un clown in un mondo di cui fatica a capire le regole.

Teatro Nuovo
Napoli
Dal 25/12/07  al 6/1/08

  

Pubblicato su www.teatroteatro.it

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