La signorina Giulia – recensione


Una donna bella, ricca e nobile sceglie di uccidersi perché non può sopportare la vergogna nella quale lei stessa ha scelto di sprofondare portandosi a letto il suo servitore: troppe cose sono cambiate dal 1888 per non avvertire come improbabile, oggi, una storia di questo tipo.

Fedele agli assiomi del naturalismo sociale, Strindberg riteneva che i rapporti tra le persone fossero dominati dai rapporti economici, che le classi sociali determinassero i comportamenti di coloro che ne facevano parte. Una libera esibizione di individualismo, insomma, non era possibile, e la “Signorina Giulia” doveva perciò pagare cara la sua spregiudicatezza.

Ma al di là delle ormai datate convinzioni di fine ottocento, il dramma, nella lettura che ne ha dato Armando Pugliese, rivela alcuni aspetti di notevole modernità: il rapporto tra il servo Jean e la contessa Giulia assume spesso l’andamento di una compiaciuta rincorsa a fare e farsi del male, nell’incapacità a trovare una via di fuga da una vita insoddisfacente. Non a caso i due protagonisti parlano continuamente di viaggi, mete di una felicità irraggiungibile. Il rapporto servo-padrona è intriso poi di un sadismo esibito, di un desiderio sessuale che si alimenta proprio grazie alla distanza di classe, liberato dalle energie pagane della Notte di San Giovanni, quando le ombre vengono alla luce e gli istinti si scatenano. Molto bella l’idea di chiudere il primo atto con una dirompente danza dionisiaca che vede quattro donne del popolo, moderne baccanti, incontenibili forze primitive e animalesche, quasi sbranare un uomo nella furia dei loro desideri sessuali.

Lo spettacolo è in definitiva discontinuo: affascinante nel primo atto, dove emergono gli aspetti più sotterranei del testo, convenzionale nel secondo, quando il dialogo si sposta sui sensi di colpa e le bassezze dei due protagonisti. Anche l’interpretazione di Vanessa Gravina segue la stessa curva: nelle prima parte, grazie alla sua fredda bellezza, costruisce un personaggio estremamente seducente e inquietante che poi, nella seconda parte, diventa piatto e incolore. Originale la scelta del regista di chiudere lo spettacolo facendo uscire di scena Giulia non con il rasoio in mano, pronta a togliersi la vita, ma facendoglielo lanciare ai piedi del servo, in un gesto tutto da valutare nel suo significato. Molto a suo agio nel ruolo Edoardo Siravo, interprete di un servitore gaglioffo e vile dotato di un certo greve fascino. Completa il cast una brava Simonetta Graziano.

Pubblicato su Teatroteatro.it

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