Ronaldo il pagliaccio – recensione

Se almeno una volta nella vita siete entrati in un qualunque McDonald vi sarete sicuramente imbattuti in “Ronaldo”, quel pagliaccio giallo e rosso che, in un clima di infantilismo generale esasperato ed esibito, accoglie all’ingresso dei locali i clienti, bambini o adulti che siano.Rodrigo Garcia, autore e regista argentino da tempo trapiantato in Spagna, ne ha fatto il protagonista di un monologo che, partendo dalle frustrazioni di un giovane impiegato della famosissima multinazionale di fast food, passa poi a riflessioni più generali sulla società occidentale, sul divario tra ricchi e poveri, sul contrasto tra quelli che vivono nell’abbondanza e quelli che muoiono nella miseria.

Solo che parlar male del McDonald e di ciò che rappresenta, oggi, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa: i suoi guasti sono talmente noti a tutti che perfino quelli che lo frequentano regolarmente ne sono a conoscenza. Bisognerebbe piuttosto chiedersi come sia possibile per tanta gente continuare a tenere insieme le due cose. Invece il testo non fa altro che infilare un luogo comune dietro l’altro con grande superficialità: l’imperialismo americano, il cinismo dei ricchi, l’ossessione del successo, il degrado dei poveri. E poi violenze, sodomie, razzismi, torture, in una evidente volontà di colpire lo spettatore con frasi crude e parole forti che invece non hanno altro effetto che annoiarlo o, tutt’al più, irritarlo.

Passano così in secondo piano gli aspetti interessanti dello spettacolo che invece avrebbero meritato maggiore spazio, a partire dall’idea che il McDonald oggi abbia finito per occupare lo spazio del nostro stesso concetto di felicità, un luogo di pace e allegria posticcia dove ogni contrasto si spegne nella rassicurante monotonia della plastica, dove il diverso scompare a favore di ciò che è sempre identico a se stesso.

Ottima, allora, l’idea di evocare sapori, odori, colori dei locali del McDonald attraverso elementi diversi come la scenografia, una parete di piastrelle bianche circondata da grigi ripiani metallici, e un puzzo persistente di detersivo nell’aria, simbolo di quella vera e propria ossessione per l’igiene che è diventata il marchio di fabbrica della catena americana. Simpatici i filmati proiettati sulla parete bianca che diventa lo schermo per le immagini di clienti che infastidiscono in maniera deliziosa il protagonista in scena, un Andrea Di Casa che ha davvero la faccia giusta per il ruolo.

Pubblicato su Teatroteatro.it

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