Il mare in tasca – recensione

Che rapporto può esserci tra un attore e un prete? “Nessuno”, diremmo. E invece no: Cesar Brie costruisce il suo spettacolo proprio su questo legame, per mezzo di un improbabile scambio di ruoli imposto da Dio in persona, anzi, in “tre persone”, visto che alla fine dello spettacolo appare in scena addirittura lo Spirito Santo, pienamente a suo agio nelle vesti di un colombo.
Un attore può fingere di essere un prete come può fingere di essere qualunque altro personaggio, ma un prete è diverso perchè vive di simboli come l’abito, la croce, la liturgia, è anzi lui stesso un simbolo. Ma anche il corpo di un attore non è altro che uno strumento delle azioni di un altro, quindi, ancora una volta, un simbolo. E’ in questo continuo saltare dal prete all’attore, dalla verità alla finzione, dal presente al passato, il fascino di questo spettacolo/confessione. “Confessione”, appunto. Ancora un altro legame tra l’attore e il prete: l’attore si confessa in scena come un cattolico fa con un prete, il fedele e il prete sono uniti l’uno all’altro come lo spettatore con l’attore. “Ogni attore porta uno spettatore sulle spalle”, dice Cesar Brie, e l’attore si offre in pasto al suo pubblico in un sacrificio che si rinnova ogni volta: “questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti”, dice Brie mostrando al suo pubblico una mela.
Ma allora di cosa parla questo spettacolo? Domanda non da poco, se a farla in scena è lo stesso Dio. Il personaggio “Brie” risponde che credeva che il tema fosse l’amore, risposta troppo poco convinta per essere presa sul serio. In realtà il tema, ormai sarà chiaro, è l’attore stesso e la sua funzione, è Cesar Brie e la sua scelta di continuare a recitare in giro per ilmondo e nella sua America Latina. All’apparenza potrebbe sembrare un esercizio un po’ fine a se stesso e, certo, una qualche compiaciuta tendenza in questo senso è innegabile. Ma Brie ha il pregio di non prendersi mai troppo sul serio e lo spettacolo è ricco di un’ironia intelligente e spesso molto divertente.
La scena, all’inizio, è vuota. Ci sono solo una sedia in un angolo, un vestito da donna appeso al soffitto nell’altro, una piccola panca dove siedono alcune bambole di spalle, e un lettino sul quale dorme il prete. Ma alla fine dello spettacolo la scena sarà piena di oggetti dove ogni oggetto sarà una storia, un frammento di un mondo scomparso o forse neppure mai esistito.
Riso, grano, acqua, vino, i simboli della terra e della religione si fondono in un continuo gioco di specchi, con il corpo di Cesar Brie che vive attraverso di essi, dentro di essi, e si trasforma, diventando ciò che è stato o che avrebbe potuto essere, con i suoi errori e le sue colpe. E lo spettatore, in religioso silenzio, accoglie questa confessione. E lo assolve.