L’ULTIMO GATTOPARDO – recensione

Certe operazioni culturali-commerciali, a teatro, lasciano veramente perplessi: prendete un libro che è un classico della nostra letteratura, prendete un film che è un capolavoro del nostro cinema, prendete un attore che è uno dei più noti del nostro teatro, che cosa ne viene fuori? La risposta è questo “Gattopardo”, una sorta di canovaccio costruito tutt’intorno a un mattatore, Luca Barbareschi, che interpreta un Principe Fabrizio di Salina fin troppo giovane e vigoroso, che non si capisce se sia il personaggio di un dramma storico o di una pochade…

Barbareschi, nonostante le sue indubbie capacità attoriali e il suo personale carisma (al quale sembrano in sostanza affidate le sorti dello spettacolo), non riesce a dare al suo personaggio quella malinconica grandezza che gli è propria, alternando lunghe prediche seriose a battute da sit-com scritte con una superficialità a volte sconcertante (ad esempio, in una scena il Principe di Salina arriva a dire, durante una farsesca discussione con la moglie, interpretata da Alessandra Schiavoni, che il nipote è innamorato perché “è l’ormone che parte”. L’ormone? Nel 1860? E chi, perfino oggi, parlerebbe così?). Nelle due scene-madri che l’attore si è ricavato, poi, la recitazione vira improvvisamente e inspiegabilmente al patetico.

Ma è tutto lo spettacolo che manca di un vero approfondimento drammaturgico e i personaggi, privi di una trama di relazioni che dia senso e sostanza alla loro azione, finiscono per essere ridotti a bozzetti: è il caso di Tancredi (Alfredo Angelici), l’amato nipote che rappresenta il cinismo dei potenti di sempre; è il caso della bellissima e ambigua Angelica che qui si limita ad apparire in un paio di scene, schiacciata dall’involontario e inevitabile confronto con la Claudia Cardinale del film; scompare soprattutto lo sfondo storico del romanzo, quello che permetteva a Tomasi di Lampedusa di tratteggiare un’amarissima riflessione sull’immobilità della società siciliana e italiana, incapace di trasformare il processo risorgimentale in un processo di vero rinnovamento civile (e non basta infilare nel testo qualche vago e timido accenno al tema).

La regia sceglie di puntare sugli aspetti più comici e superficiali dell’opera, trasformando in ridicole caricature personaggi ben più complessi come Don Calogero Sedara (un simpatico Totò Onnis, troppo giovane per la parte), il simbolo della nuova borghesia volgare e arrivista e proprio per questo destinata a diventare la nuova aristocrazia parlamentare, e il parroco, padre Pirrone (Guglielmo Guidi), ridotto allo stereotipo del prete mangione e ottuso.

Le belle ed efficaci scene mobili dal taglio cinematografico di Carmelo Giammello, gli sfarzosi costumi di Andrea Viotti, le divertenti battute abbondantemente elargite qua e là, non possono fare molto per uno spettacolo che dichiara obiettivi che non è in grado di (e forse non vuole) raggiungere.

Mirko Di Martino

Teatro Gesualdo, Avellino.

Sabato 20 e domenica 21 ottobre.

Questa recensione è stata originariamente pubblicata su Teatro.org, a questo indirizzo.

Lascia un commento