THE GRAND INQUISITOR, Peter Brook – recensione

Ecco uno di quei rari spettacoli che ancora restituiscono allo spettatore l’essenza di un rito collettivo: “The Grand Inquisitor”, regia di Peter Brook. Il testo è un adattamento di Marie Hélène Estienne di un apologo che Dostoevskij inserì nel suo capolavoro, “I fratelli Karamazov”: nella Siviglia del XVI secolo, nel momento più alto e terribile dei roghi eretici gestiti da un’Inquisizione onnipotente, ecco ritornare sulla terra il Cristo, immediatamente riconosciuto da tutti. Il Grande Inquisitore, un vecchio di novant’anni, ordina alle guardie di catturarlo e condurlo in una cella buia per interrogarlo.

In scena, nello spettacolo, ci sono questi due personaggi, il vecchio inquisitore e il giovane Cristo, ovvero un eccellente Bruce Meyers e un silenzioso ma efficace Joachim Zuber. La scenografia è inesistente, salvo un paio di sgabelli posti ai due angoli del quadrato che delimita lo spazio, a terra. E’ una scelta abbastanza consueta, questa, per Peter Brook, regista di fama mondiale che, dopo i memorabili spettacoli, ormai storici, degli anni sessanta e settanta, è oggi alla ricerca di una sempre più estrema rarefazione che spogli la messa in scena di tutto il superfluo per lasciare spazio a un rapporto emozionale e intenso tra attori e pubblico. Anche qui accade qualcosa di simile, seppure un po’ ostacolato dalle difficoltà di seguire uno spettacolo in lingua inglese e con una traduzione dei sopratitoli piuttosto approssimativa. Il dramma, una sorta di lungo monologo, vive dell’opposizione dostoevskiana tra felicità e libertà, dove la libertà è un terribile dono che Gesù ha offerto agli uomini dimenticando la loro debolezza. “Tu hai scelto tutto quello che c’è di piú inconsueto, enigmatico e impreciso”, dice il vecchio a Cristo. “Hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla”. La libertà è il peso della scelta tra il Bene e il Male, è sofferenza, responsabilità, “e che colpa hanno gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono?”. L’Inquisitore assume il ruolo paradossale di colui che ha sacrificato la propria libertà personale per comandare agli altri, lasciando loro la felicità di obbedire e di peccare. Solo in apparenza, qui, si parla di Dio e di Chiesa: in realtà ci siamo noi, in gioco, e questa nostra società in cui siamo diventati tutti semplici spettatori di una realtà ridotta a rappresentazione, liberi solo di guardare ed essere felici. Lo spettacolo, tuttavia, risente un po’ del peso concettuale del racconto di Dostoevskij, rispetto al quale guadagna però in concentrazione, eliminando i personaggi dei fratelli Karamazov e giocando abilmente sullo scambio tra narratore/attore e presente/passato. La sua forza, però, è altrove: è nel muto dialogo degli sguardi, nella forza delle immagini evocate, nel volto di Bruce Meyers, nei suoi occhi, nella sua candida barba, nelle ombre che le rughe disegnano su un corpo magrissimo, specchio di una profonda coscienza e di una ancor più profonda sofferenza: “Io non voglio il Tuo amore, perché io stesso non Ti amo!”, urla a Cristo. E quando questi, alla fine, si alza e gli va incontro con lo stesso inquietante sguardo mite che ha tenuto fin dall’inizio e, come unica risposta alle accuse offre all’Inquisitore un bacio sulle sue labbra da novantenne, e nient’altro, anche noi, tra il pubblico, ci sentiamo smarriti in un mistero inspiegabile e siamo lì, accanto al vecchio, a provare pena per le sue spalle troppo magre.

THE GRAND INQUISITOR
Regia di Peter Brook
Teatro Galleria Toledo, Napoli.
Dal 17 al 20 ottobre.

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