La Pupilla di Carlo Goldoni – recensione
La “pupilla” entra in scena dal fondo della platea. E’ una giovane ragazza, ha un vestito bianco, lucente, con un lungo strascico. Attraversa il corridoio centrale, con passo regolare, rigida, con lo sguardo fisso al palco, che intanto si sta lentamente schiudendo come una conchiglia: un grande specchio, che copre tutto il palcoscenico, si sta sollevando, mentre due forti fari puntano addosso al pubblico e alla “pupilla” che si avvicina, accompagnata dalla musica.
E’ il momento più affascinante dello spettacolo, un suggestivo schiudersi del palco-scena, un simbolico incedere della ragazza verso il suo destino di donna: sottomessa, prima al padre e poi al marito, come lei stessa reciterà in versi di lì a poco, svestendo gli abiti che indossa per rivestirsi di abiti nuovi, da donna-figlia-moglie-serva.
“La pupilla” di Goldoni è un testo insolito per le nostre scene: in effetti è definito come un “dramma per musica” ed è scritto in endecasillabi sdruccioli. Il regista Giuseppe Argirò lo riscrive e lo porta in scena in un allestimento interessante, ricco di vari livelli di lettura, soprattutto nel primo atto (con echi da opera buffa), quando sembra oscillare tra dramma e commedia, restando fascinosamente in bilico sul crinale che divide (e unisce) i due generi. I personaggi sono “maschere” nel senso che le loro azioni appaiono meccaniche, dettate da pulsioni elementari come il sesso e il denaro. Proprio il morboso erotismo che attraversa come una corrente sommersa tutto il testo è forse uno degli aspetti più validi dell’opera: dal vecchio tutore (Roberto Bisacco), che non desidera altro che un servo compiacente lo liberi dei residui scrupoli, al rapporto allieva-maestra tra la pupilla e la serva, impegnata a spiegarle i meccanismi del sesso con cinica ed erotica brutalità.
E’ il momento più affascinante dello spettacolo, un suggestivo schiudersi del palco-scena, un simbolico incedere della ragazza verso il suo destino di donna: sottomessa, prima al padre e poi al marito, come lei stessa reciterà in versi di lì a poco, svestendo gli abiti che indossa per rivestirsi di abiti nuovi, da donna-figlia-moglie-serva.
“La pupilla” di Goldoni è un testo insolito per le nostre scene: in effetti è definito come un “dramma per musica” ed è scritto in endecasillabi sdruccioli. Il regista Giuseppe Argirò lo riscrive e lo porta in scena in un allestimento interessante, ricco di vari livelli di lettura, soprattutto nel primo atto (con echi da opera buffa), quando sembra oscillare tra dramma e commedia, restando fascinosamente in bilico sul crinale che divide (e unisce) i due generi. I personaggi sono “maschere” nel senso che le loro azioni appaiono meccaniche, dettate da pulsioni elementari come il sesso e il denaro. Proprio il morboso erotismo che attraversa come una corrente sommersa tutto il testo è forse uno degli aspetti più validi dell’opera: dal vecchio tutore (Roberto Bisacco), che non desidera altro che un servo compiacente lo liberi dei residui scrupoli, al rapporto allieva-maestra tra la pupilla e la serva, impegnata a spiegarle i meccanismi del sesso con cinica ed erotica brutalità.
Pamela Villoresi, interprete della serva Placida, sembra divertirsi molto sulla scena, soprattutto quando passa poi a vestire i panni di una vecchia nutrice, costruendo un personaggio davvero spassoso. Notevole anche la prova di Elisabetta Valgoi, che dona alla sua “pupilla” un sottofondo di ambigua sofferenza, un’ingenuità attraversata da lampi di crudeltà, a volte subita, a volte inferta.
La scenografia di Rina La Gioia, per quanto efficace nel suo astratto barocchismo, appare a volte un po’ fine a se stessa, soprattutto riguardo alle pedane mobili, che poco aggiungono all’azione e a poco servono.
Mirko Di Martino
Venticano (AV), Rassegna di Teatro Classico, il 27/08/2007
