Into the wild, un’occasione sprecata

Pubblicato su Cinema, Recensioni con i tag, , , il 8, Marzo 2008 da Mirko Di Martino
Into the wildUn regista, Sean Penn (La promessa), considerato tra i maggiori nuovi talenti di Hollywood; una grande storia, quella -vera- di Chris McCandless, che abbandonò tutto per un viaggio senza nulla attraverso gli Stati Uniti; interessanti temi dunque su cui speculare: i falsi valori della società odierna, il ritorno alla natura, la solitudine, la ricerca della felicità. Con queste premesse uscire dal cinema con lo spirito opposto con cui ci si è entrati è spiacevole ma tant’è: Into the wild è una delusione, e un’occasione sprecata.

Se vuoi dire qualcosa mediante il linguaggio cinematografico lo fai con la forza delle immagini, con la trama, con dialoghi magari forti ma non forzati, in definitiva col tuo punto di vista di regista: Penn invece ci spiega tutto, con frasi altisonanti che appaiono in corsivo sullo schermo, con zoomate (sic!) sulle parole-chiave incise sul legno o scritte sul diario, con l’irritante voce-off della sorella di Chris, soprattutto con un protagonista che parla come se stesse annunciando la lieta novella anche quando è ubriaco e dovrebbe solo biascicare. Perfino le -belle- canzoni di Eddie Vedder hanno testi che ci dicono, coi sottotitoli eh, quanto sia assurdo il mondo in cui viviamo (“Società, sei una razza folle…”).

Su tutto quindi aleggia pesante un tono intellettualistico, didascalico, che lascia inizialmente stupefatti e poi quasi irritati. Tanto forte è questa sensazione che sorge il dubbio che il regista voglia prenderci in giro e esprima un giudizio sostanzialmente negativo sulla storia: potrebbe farcelo pensare la frase finale del film (la vera felicità è quella condivisa) o lo sberleffo che a un certo punto il protagonista rivolge alla cinepresa, ma troppi sono gli indizi che invece portano a vedere come la vicenda voglia essere presentata come simbolica e edificante, il che può anche starci, ma non attraverso strumenti retorici e ridondanti. Allora quella frase è solo nuova carne al fuoco in un calderone un po’ confuso, e lo sguardo in camera di Chris è più probabilmente una citazione buttata lì di Fino all’ultimo respiro. Del resto tutta la regia è sovraccarica di effetti facili, split-screen, ralenty, primi piani insistiti: ancora una volta l’impressione è l’esercizio di stile.

Into the wild è inutilmente lungo, pieno di episodi che nulla aggiungono alla vicenda (la hippy sedicenne, il contadino Vince Vaughn…) e non vale l’obiezione che è tratto da una storia vera: non tutto ciò che è vita deve diventare materiale cinematografico; ha un montaggio spezzettato che toglie forza alla storia invece di irrobustirla; ha una bella fotografia che però rischia sempre l’effetto National Geographic.

Infine l’ultimo, ferale difetto di questo film: non emoziona! Ed è un delitto per una storia del genere. I presupposti ci sarebbero tutti, ma il brivido non corre mai lungo la schiena, gli occhi non si inumidiscono, nemmeno nel finale tragico e lirico (anche questo troppo enfatico e furbo…).

La speranza è che Sean Penn torni presto alla poesia ruvida e minimalista che aveva espresso nel suo episodio del film 11 settembre 2001. Qui ha voluto strafare, e ha toppato.

Emiliano Ruocco

Into the wild
Regia: Sean Penn
Sceneggiatura: Sean Penn
Fotografia: Eric Gautier
Musiche: Michael Brook ,Eddie Vedder ,Kaki King

Cast
Wayne Westerberg Vince Vaughn
Walt McCandless William Hurt
Ron Franz Hal Holbrook
Jan Burres Catherine Keener
Christopher McCandless Emile Hirsch
Carine McCandless Jena Malone
Billie McCandless Marcia Gay Harden

Anno: 2007
Nazione: Stati Uniti d’America
Durata: 140′
Data uscita in Italia: 25 gennaio 2008
Genere: avventura,drammatico

Quale sarà la fine del mondo?

Pubblicato su Società con i tag, , il 15, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Ken il guerrieroE’ molto irritante pensare che sarà impossibile, per noi che stiamo consumando la nostra esistenza durante questa briciola di tempo, essere presenti alla fine del mondo. Pensare di dover morire mentre tutti gli altri continueranno a vivere, è un po’ come essere costretti a lasciare una festa e sentire gli altri che si divertono da matti.

Per consolarci non ci resta che immaginare quale potrà essere la fine del mondo. Ci viene in aiuto quest’articolo pubblicato su Corriere.it (QUI trovate l’originale).

Quando sarà la fine del mondo? E per colpa di chi, o di cosa? Sono interrogativi che inquietano: di sicuro quello della fine dei giorni nostri è uno dei temi più dibattuti e su cui si scommette di più, come ben sanno i registi di film come «Io sono leggenda» o «28 settimane dopo», tanto per citare i più recenti del genere.

CINQUE DISASTRI – E proprio a questo argomento Green Daily dedica le sue pagine, facendo un excursus su quelle che sono le 5 ipotesi più o meno plausibili per cui la nostra civiltà un domani potrebbe finire per estinguersi. E grazie al «disastrometro» (il termometro del disastro), presente in ciascuna pagina, è possibile verificare quante probabilità vi sono che ciascuna delle catastrofi contemplate si realizzi.

SARÀ IL CLIMA? – Si comincia così dallo scenario in cui le macchine, l’intelligenza artificiale cui i neuroscienziati lavorano con tanta passione, prendono il sopravvento sull’uomo, annientandolo (il termometro segna 1/10), per passare poi all’ipotesi del meteorite che cade sulla Terra spedendo in un attimo l’essere umano a far compagnia ai dinosauri nell’elenco delle specie estinte (probabilità di verificarsi: 4/10). Che dire poi del rischio pandemia (livello di allarme 5/10)? Forse non sarà l’influenza aviaria a sterminarci, ma un domani la rapida diffusione di un nuovo virus potrebbe uccidere milioni di persone in pochissimo tempo. Fortunatamente in questo caso una prevenzione è possibile, e i Governi incoraggiano la ricerca perlomeno per sconfiggere le minacce esistenti. Nella scala del disastrometro, poi, la possibilità che la nostra esistenza venga compromessa a causa del cosiddetto Peak Oil – o «culmine del petrolio», ovvero il momento in cui la richiesta di olio combustibile supererà l’offerta – è valutata 6/10. Se nessuno farà niente per cambiare lo stato delle cose, la carenza del petrolio e il conseguente aumento smisurato del prezzo del barile (quale sarà il costo dell’oro nero da qua a 5 anni?) potrebbero realmente portare a conflitti e al collasso della società industriale. Ma ciò che secondo il termometro dei disastri ci porterà al punto di non ritorno sarà il cambiamento climatico, che fa salire il disastrometro a quota 8/10. Il nostro pianeta si surriscalda e, a quanto pare, la nostra società non sta facendo quanto potrebbe e dovrebbe per evitare quelli che per Stephen Schneider, climatologo della Stanford University, in un futuro non troppo lontano saranno «cambiamenti realmente pericolosi».

Alessandra Carboni
12 febbraio 2008

Arriva l’obiezione di coscienza alle scene di sesso

Pubblicato su Cinema con i tag, , , , , il 13, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Isabella FerrariHo sempre pensato che non fosse giusto che solo i medici, i farmacisti, gli infermieri, i veterinari, potessero decidere di non fare qualcosa che gli spetta, come praticare un aborto o collaborare a praticarlo, dichiarandosi obiettori di coscienza.

Qualche storia di questo tipo, legata alla “pillola del giorno dopo” (che splendido nome: sembra un film catastrofico degli anni ‘80) potete leggerla QUI.

Per fortuna che in Italia abbiamo la CEI. Che menti straordinarie, i nostri vescovi. Se non ci fossero loro, ad animare un po’ il dibattito in questa società italiana così sonnacchiosa, a richiamare all’ordine le nostre coscienze intorpidite, non avremmo niente di cui parlare. Questa volta il merito è di Don Nicolò Anselmi, responsabile della Cei per la pastorale giovanile.

Don Anselmi, in una lettera ai ragazzi che parteciperanno alla Gmg di Sydney, critica la scena erotica di Caos Calmo (il trailer del film è visibile QUI): «Da un bravo regista e coraggioso idealista come Moretti e da un volto sensibile e delicato come la Ferrari - scrive don Anselmi nella lettera ai giovani che andranno a Sydney - mi sarei aspettato una scena romantica, soffusa, tenera, magari un momento d’amore aperto alla vita, ad un figlio». Belle parole, no? Però, fin qui, don Anselmi non avrebbe fatto nulla di diverso da quello che oggi fanno 8 giornalisti su 10 (gli altri due sono impegnati a seguire Berlusconi e Veltroni, e viceversa).

La grande idea arriva poco dopo: «Sono convinto che gli attori, gli uomini di spettacolo, abbiano un grande impatto culturale e quindi una grande responsabilità educativa verso i giovani. Spesso sono i più deboli, i più poveri culturalmente ad essere segnati da questi cattivi insegnamenti e vengono travolti da fantasie erotiche che diventano dipendenza e sfociano nella violenza». Ecco dunque perché «sarebbe bello che qualcuno di questi professionisti facesse obiezione di coscienza e si rifiutasse di girare scene erotiche volgari e distruttive».

Grande don Anselmi. Un’idea così semplice, così limpida, per restituire dignità agli attori, ingiustamente ritenuti da secoli privi di moralità. Perchè nessuno ci aveva mai pensato prima?

La versione integrale dell’articolo, pubblicato su LaStampa.it, è disponibile QUI.

Il Latin quintet di Fabrizio Bosso e Javier Girotto al Marabù di Napoli

Pubblicato su Musica con i tag, , , , , , , il 8, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Fabrizio BossoAncora un appuntamento di grande fascino e all’insegna della grande musica quello che va in scena sabato 9 febbraio al Marabù di Napoli.

Nel club vomerese di via Toma arriva infatti il Latin quintet, superband composta da Fabrizio Bosso alla tromba, Javier Girotto al sax, Natalio Mangalavite al piano, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Lorenzo Tucci alla batteria.

Messo in piedi in occasione dell’edizione 2006 del Brianza Open Jazz Festival, il quintetto si avvale di due figure leader: da un lato il torinese Bosso, dall’altro l’argentino Girotto, italiano d’adozione. Si incontrano così, nel terreno fertile dell’improvvisazione e del jazz, estetiche apparentemente lontane, l’ hard bop di cui Bosso è alfiere indiscusso e gli influssi latini e le ritmiche argentine, dal tango in giù, di Girotto. Il calore che emana l’incontro tra due grandi stilisti del jazz quali Bosso e Girotto anima la musica del quintetto: inquadrature veloci, rapidi cambi di timbro, assoli fulminanti e grande interplay.

La tromba tecnicamente infallibile di Fabrizio e la voce inconfondibile dei sassofoni di Javier sospingono l’estro combinatorio e visionario di un quintetto che gode inoltre della partecipazione straordinaria del pianista italo-argentino Natalio Mangalavite, già compagno di Girotto in altre avventure. L’estetica del quintetto si colloca dunque nella tradizione jazz con occhio di riguardo nei confronti di linguaggi misti ad influssi latini: una soluzione valida a estetiche programmate, che si avvale dell’inguaribile volontà d’innovazione dei componenti, estremamente interessati a fondere forme comunicative apparentemente lontane.

Di grande livello anche gli altri due componenti del quintetto. A partire da Luca Bulgarelli, tra i migliori giovani contrabbassisti in circolazione. Dotato di alta padronanza tecnica e ricca sensibilità espressiva, si dimostra un musicista enciclopedico che si sta ricucendo un ruolo cardine nell’ambito di altri importanti progetti come quello jazz di Gino Paoli, il quintetto di Roberto Gatto, la band di Sergio Cammariere, al fianco di Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi.

Lorenzo Tucci è un batterista incredibile la cui tecnica è frutto di un’attenta scomposizione sia del drumming di matrice nero americana che va da Elvin Jones a Tony Williams sia dell’impressionismo di Shelly Manne e Buddy Rich. Insomma cinque grandi musicisti per un concerto da non perdere.

(Comunicato stampa)

MARABU CLUB
Via G. Toma, 5/C (adiacenze Funicolare Via Palizzi) – Napoli
Info e prenotazioni 081.5565784
www.marabuclub.it

“Miracoli e canzoni”, uno spettacolo concerto minestrone

Pubblicato su Recensioni, Teatro con i tag, , , , , , , il 4, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

La cosa deve essere andata così: un giorno Rocco Papaleo e Alessandro Haber si sono ritrovati a chiacchierare sul set di un qualche film, o nell’intervallo di un qualche spettacolo, e, una chiacchiera qua, una chiacchiera là, è saltata fuori l’idea di mettere in scena uno spettacolo tutto loro, fatto di canzoni e sketch. Scelto il repertorio, trovata l’orchestra, mancava solo il regista: e quale miglior nome di Giovanni Veronesi, regista di vari film di successo, alla sua prima prova a teatro?

Ecco nato E’ tempo di miracoli e canzoni, lo spettacolo andato in scena al Teatro Gesualdo sabato 2 e domenica 3 febbraio 2008.

Un’idea buona sulla carta, però, non è detto che lo sia anche sulla scena. Rocco Papaleo e Haber (senza Alessandro, come lo stesso attore si lamenta di essere sempre chiamato da tutti, perfino dalla moglie) costruiscono uno spettacolo-concerto che alterna canzoni classiche italiane a brani inediti di Papaleo, siparietti comici di ironiche riflessioni sulla vita a strizzatine d’occhio al pubblico in sala.

Il risultato è una sorta di minestrone in cui finisce di tutto, uno spettacolo che non riesce mai a trovare un’identità precisa, una chiave narrativa, una scelta stilistica forte, al punto che la regia di Giovanni Veronesi sembra essere poco più che un nome scritto sulla locandina, così impalpabile nella sua leggerezza.

La comicità di Rocco Papaleo è divertente quando sceglie la strada del surreale, o quando l’attore interpreta la parte dello “sfigato” al fianco del “figo” Haber, che è amico dei cantautori, è famoso, è carismatico, e ha una grande valigia in cui riporre tutti i sogni e le delusioni dell’attore, mentre a lui, Papaleo, gli hanno lasciato solo una busta di plastica biodegradabile.

Nelle altre occasioni, però, le canzoni inedite di Papaleo sembrano piuttosto banali, così come le scenette di cabaret con Haber, fin troppo dilatate nella ricerca di una struttura teatrale che non appare mai, fin troppo frettolose nella loro funzione di momenti di passaggio da una canzone all’altra.

Alessandro Haber, con la sua splendida voce, ruvida, cupa, sporca, sceglie di cantare alcune famosissime canzoni del repertorio italiano come “Insieme a te non ci sto più”, “Margherita”, “Scende la pioggia”. Momenti piacevoli, certo, ma anche molto convenzionali. Meno male che ogni tanto Haber si ricorda di essere un grande attore e regala al pubblico dei momenti da brivido, come l’interpretazione recitata di “Una notte in Italia” di Fossati, o come “La valigia dell’attore”, la bellissima canzone scritta per lui da Francesco De Gregori.

Dopo due ore troppo lunghe, dopo una finta consegna dell’Oscar ad Alessandro Haber, che dedica il premio a tutti quegli attori che non lo vinceranno mai, lo spettacolo termina. Di canzoni ce ne sono state abbastanza, di miracoli nessuno.

Mirko Di Martino

Gomorra, dal libro allo spettacolo

Pubblicato su Recensioni, Teatro con i tag, , , , , , il 3, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

GomorraPassare dalla narrativa al teatro è sempre un’operazione complessa e rischiosa. Lo è ancora di più nel caso di un libro come Gomorra, di Roberto Saviano, che trova la sua forza non tanto nei contenuti, che pure sono di grande impatto, ma nel suo stile, barocco, visionario, che procede per accumuli di immagini, di nomi, di fatti, tenuti insieme da una coerenza morale che si muove tra le mille pieghe della criminalità senza dimenticare mai di cercare il bene e il male, anche quando non sono là dove dovrebbero essere.

Nello spettacolo che Mario Gelardi ha realizzato adattando il libro insieme a Saviano stesso, questa struttura magmatica, ribollente di realtà e di metafore, si diluisce in un andamento regolare e piuttosto piatto, nonostante il testo intrecci le storie di cinque diversi personaggi. Gelardi sceglie la strada di un iperrealismo che, per quanto molto efficace nelle singole scene, risulta alla fine poco incisivo nell’insieme.

Separate dal potente contesto narrativo, le storie di Pasquale, l’eccellente sarto che si mette a fare il trasportatore perché stanco di non poter dire a nessuno che è lui il vero autore degli splendidi vestiti dell’alta moda italiana, di Pikatchu, che sogna la bella vita dei boss sapendo che non vivrà a lungo per godersela, di Kit Kat, che vorrebbe fare il cantante e si ritrova a rapinare le coppiette ferme in auto, di Mariano, che adora alla follia il mitra Kalashnikov, dello Stakeholder, che prende la monnezza e la trasforma in oro, perdono la forza evocativa e simbolica che avevano nel libro per trasformarsi in storie di criminali come ce ne sono tanti, figli di una società malata che li fa crescere e li uccide troppo in fretta.

La stessa figura di Roberto (Ivan Castiglione), ovvero l’alter-ego di Roberto Saviano, che si muove in scena da un personaggio all’altro facendo da controparte e da collante alla narrazione, risulta alla fine piuttosto forzata, tendente alla predica, fin troppo distante da quel mondo nel quale l’autore è invece cresciuto e del quale, a suo modo, si sente parte.

Colpisce invece l’ottima prova degli attori, (Francesco Di Leva, Antonio Ianniello, Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux) tutti perfettamente calati nei loro personaggi, ricchi di vita, immersi in una lingua vivace e sanguigna, a volte solo un po’ letteraria. E molto belle sono anche le immagini che, proiettate su un telo collocato in scena, in alto, restituiscono allo spettatore la sensazione di quel buco nero, quel mondo tentacolare che tutto fagocita, che vive nelle pagine di Gomorra.

Mirko Di Martino

Teatro Augusteo
Salerno
2 e 3 febbraio 2008

Il calendario della professoressa sexy

Pubblicato su Società con i tag, il 2, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Paola LauretanoMi rivolgo ai maschi (forse anche alle donne, ma questo sarebbe un discorso troppo complesso): chi di voi, da adolescente, non ha avuto tra i suoi sogni erotici anche una professoressa? Se qualcuno risponde “io no”, allora mi dispiace per lui, perchè non sa cosa si è perso.

Chiariamo, però: l’appeal delle professoresse non è mai stato legato a una reale bellezza che, a dirla tutta, non poteva certo essere chissà che in una mamma di famiglia di quarant’anni (escludiamo le giovani supplenti di una settimana, quelle non contano) che aveva dedicato la sua vita a sgobbare sui libri. Era la nostra testa di studentelli, di giovanotti in preda a violente tempeste ormonali, a trasformare una Tata Matilda in una Giovannona Coscialunga.

E invece, oggi, ecco che ti si presenta in classe, con tanto di calendario appena stampato, una Paola Lauretano, professoressa avellinese di 40 anni, insegnante di economia aziendale all’istituto alberghiero «Rossi Doria» di Montorio Inferiore, con un passato di indossatrice e presentatrice. Il suo calendario, manco a dirlo, ha scatenato un mezzo putiferio (finto o reale che sia), proiettando la bella Paola alla ribalta, nell’ordine, della scuola dove insegna, della città di Avellino, della regione Campania e, mi sa tanto, tra poco anche della Nazione intera.

La vicenda, divertente e irritante allo stesso tempo, potete leggerla QUI, sul Corriere del Mezzogiorno. Erdos l’ha già letta e, da buon alieno, è poco interessato alle sorti dei terrestri e farà a meno di commentarla.

Però ha pensato agli alunni della professoressa. E gli è dispiaciuto.

Poverini, non potranno più provare quell’intenso piacere che provavamo noi quando entrava in classe la professoressa ———– della quale, non conoscendo altro che le morbide curve che andavano dalla caviglia al polpaccio, immaginavamo tutto il resto. E l’immaginazione non aveva limiti. Era veramente la donna più eccitante che avessimo visto, così a portata di mano eppure così irraggiungibile. Non ne ho più trovate, di donne così.

Nemmeno Paola Lauretano, con tutta la sua bellezza, così affascinante, così invitante, così tanto simile a tutte le altre.

“Bianco e nero” bello e brutto (ma un po’ più brutto)

Pubblicato su Cinema con i tag, , , , , , il 1, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Biano e neroPrendete un’idea simpatica che non sia troppo insolita, prendete un paio di volti noti che non siano troppo bravi, prendete una regista esperta che non sia troppo autoriale, allungate il brodo per un’ora e mezza e servite caldo (perchè freddo è indigesto). Ecco la ricetta per un film italiano nè carne e nè pesce, nè bello e nè brutto, nè bianco nè nero. Anzi, proprio Bianco e Nero, perchè è di questo film che sto parlando.

Diretto da Cristina Comencini (che lo ha anche scritto, insieme a Giulia Calenda e Maddalena Ravagli), Bianco e Nero è un concentrato di profonde banalità, una serie tendenzialmente infinita di opposti che si respingono e si attraggonno, una sfilza di pregiudizi fin troppo ovvi per essere credibili.

Non che il film sia davvero brutto, o sbagliato, o chissà cosa. E’ semplicemente realizzato con svogliatezza, diretto con mano frettolosa e scritto con una superficialità irritante, per non parlare dei personaggi ridotti continuamenmte a macchiette. Su tutto domina una patina di gradevolezza pubblicitaria, dove i “negri” sono fin troppo bianchi e i bianchi fin troppo (poco) razzisti. Non si capisce proprio, ad esempio, che cosa ci sia di strano nella sbandata che il personaggio di Fabio Volo (lui è quello che è, prendere o lasciare) trascuri la moglie piuttosto scialba, Ambra Angiolini (lei è quello che è, prendere o lasciare). per rincorrere la bellissima Nadine (Aissa Maiga), donna sensuale, affascinante, di classe. Va bene, è nera, e allora? Non siamo mica nel Sud Africa di Steven Biko.

Non è il razzismo, oggi, la barriera che separa gli italiani: è, ancora una volta, il vile, banalissimo, denaro. E la bella Nadine, che veste abiti eleganti, che indossa scarpe con i tacchi a spillo pure per andare a fare la spesa, che vive in una casa ampia, luminosa, arredata benissimo e con un grande prato dove far giocare i bambini (a Roma!), non è davvero l’esempio migliore per parlare di pregiudizi.

Bianco e Nero

Un film di Cristina Comencini.

Con Fabio Volo, Ambra Angiolini, Aïssa Maïga, Eriq Ebouaney, Anna Bonaiuto, Franco Branciaroli, Katia Ricciarelli, Teresa Saponangelo.

Genere Commedia, colore, 100 minuti. - Produzione Italia 2007. - Distribuzione 01 Distribution

Roberto Herrera, la passionalità del Tango

Pubblicato su Danza, Recensioni con i tag, , , il 1, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Sei affiatatissime coppie per uno spettacolo che lascia davvero estasiati! La Compañia Argentina Roberto Herrera, guidata dall’omonimo ballerino e coreografo, non risparmia al pubblico un giusto mix di eccezionale bravura e precisione tecnica unite ad una stupefacente capacità di emozionare, attraverso la carica intensa di sguardi e gesti.

 

Tango è il titolo dell’ultima fatica della compagnia: semplice e diretto, che ci introduce subito il grande protagonista dello show, il tango appunto.

Quello puro, tradizionale, che tutti conoscono almeno di fama, è il leitmotiv della prima parte. Si alternano sul palco le varie e collaudate coppie in un gioco di coreografie ora passionali, ora tormentate, ora leggere e sbarazzine. Qui in primo piano ci sono le donne, o meglio, le loro gambe, pronte a compiere ariose evoluzioni o sequenze rapidissime mentre sbucano da sbrilluccicanti miniabiti con grandi spacchi. Seguono il partner passo dopo passo, senza sbagliare di un millisecondo che può risultare fatale, e concludono sempre con una presa d’effetto che sigilla la chiusura e scatena l’applauso.

La seconda parte, invece, lascia spazio alla creatività, ad un riadattamento del tango in chiave moderna. Atmosfere della danza jazz accarezzano i pezzi d’apertura, mentre soltanto il rumore delle scarpe e delle bolas roteanti è la colonna sonora di un momento centrale. Chiusura in grande stile con brani tratti dal film-musical “Evita”, per il quale Herrera ha curato la coreografia d’apertura, e con ben due bis.

Tra tutte le coppie il posto di rilievo è occupato senz’altro dalla principale: Roberto Herrera e Silvana Capra. Lui, affascinante, con un’espressione sorniona e divertita, ma romantico e passionale al momento giusto, stupisce per la carica che riesce a trasmettere, non essendo più giovanissimo, e comunica tutto l’amore che prova per questa danza e la grande gioia che ricava da questo mestiere. Coinvolge il pubblico, batte le mani, chiede di portare il tempo, strizza l’occhio alle prime file, ammicca come uno che ha l’aria di saperla lunga in fatto di donne, e sospira, finto sconsolato, quando arriva il rifiuto. Lei, elegantissima pantera dalla camminata suadente, non si può fare a meno di seguirla con lo sguardo anche quando abbandona il palco per entrare in una delle quinte laterali. Insieme: alchimia perfetta che si traduce in un unico corpo che si muove all’unisono, pur mantenendo separate le identità di uomo e donna, e che non sbaglia mai.

Unico rimprovero da muovere: che a ballare il meraviglioso e conosciutissimo “Libertango” di Piazzolla sia stata la coppia più scarsa, costituita da un attempatello e timido Estanislao Herrera, e da un’eccessivamente aggressiva Laura Tilve, quasi ridicola nel suo esasperato tentativo di apparire femme fatale, viste le numerose defaillances avute nel corso della serata.

Gran finale a sorpresa: la compagnia scende in platea e invita il pubblico a ballare, o meglio a provare qualche passo, quasi a voler ricordare che è lì che nasce il tango, tra la gente comune.

Maria Rosaria Carifano

Teatro Bellini, Napoli
Dal 30 gennaio al 3 febbraio 2008

Pubblicato su www.teatroteatro.it

“Gli Uccelli”: Satira, Utopia, Teatro

Pubblicato su Teatro con i tag, , , , , , il 1, Febbraio 2008 da Mirko Di Martino

Alessandro Schiavo, Massimo Verdastro, Sandro LombardiDa mercoledì 30 gennaio e fino al 10 febbraio è in scena, al Teatro Mercadante di Napoli, Gli uccelli, della compagnia Tiezzi-Lombardi, premio Ubu 2006 al miglior spettacolo e alla miglior regia.

Utopia è un Non-Luogo, uno spazio che esiste solo come possibilità, come alternativa al reale o come suo modello. Ma Utopia è anche un desiderio eternamente frustrato, un’immagine che svanisce non appena ci si avvicina a guardarla, un mondo sospeso in un’eterna finzione che è vera, verissima, solo per chi sceglie di crederci.

A ben vedere, allora, Utopia è il Teatro stesso. Quale luogo è infatti allo stesso tempo più reale e più impossibile di quello costruito sul palcoscenico, ogni sera da capo, all’infinito? E quale altro mondo è così tanto fragile eppure così ostinatamente vitale?

E’ di questo, anche di questo, che parla Gli uccelli, lo spettacolo di Federico Tiezzi, regista, e Sandro Lombardi, attore, che da mercoledì 30 gennaio è in scena al Teatro Mercadante di Napoli, fino al 10 febbraio.

La storia è quella di due ateniesi, Pisetero (Sandro Lombardi) e Evelpide (Alessandro Schiavo) che lasciano la loro città, sull’orlo del crollo definitivo, per andare in cerca di un luogo dove trascorrere il resto della vita senza seccature. Questo nuovo mondo sarà la città degli uccelli, sospesa nel cielo a metà tra la terra degli uomini e il regno degli dei. Ma ben presto questo utopico regno della libertà si trasformerà in un mondo fin troppo simile al nostro.

Premio Ubu 2006 per il miglior spettacolo e la miglior regia, Gli Uccelli, nella riscrittura dello stesso Sandro Lombardi, è un po’ satira socio-politica e un po’ dramma didattico, divertente e colorata in certi momenti, grigia e inquietante in certi altri.

Uno spettacolo ricco di invenzioni e fantasia, di simboli e concetti, che vede in scena una splendida compagnia di attori, tutti di grande qualità ed eleganza.

Teatro Mercadante
piazza municipio, Napoli

biglietteria: 081.5513396
info@teatrostabilenapoli.it
www.teatrostabilenapoli.it

Pubblicato su www.teatroteatro.it